Diagnosi della celiachia in chiave storica

La diagnosi della celiachia dall’antica Grecia ai giorni nostri – Un percorso attraverso la storia dell’intolleranza al glutine.

Le prime osservazioni riguardanti i problemi legati all’ingestione del glutine risalgono a tempi antichi. Senza alcuna ombra di dubbio, la storia dell’intolleranza al glutine ha avuto inizio con l’introduzione dell’agricoltura nei territori della Mezzaluna fertile (Siria, Israele, Iran, Iraq), del Nilo e che in breve si sono estese anche in Europa. La lavorazione del pane, metodica sviluppata dagli Egizi, venne presto assimilata anche da Greci e Romani e divulgata fino all’Europa del Nord. Per la facile coltivabilità dei cereali il consumo di grano, segale e orzo diventò frequente ma la loro introduzione nella dieta degli abitanti di queste zone però non aveva fatto i conti con l’evoluzione: una buona parte di queste persone non riuscivano ad adattarsi ai cereali.

Nel I sec. a.C. i medici greci descrissero l’esistenza di reazioni avverse all’ingerstione di cereali. Celso fu il primo a introdurre il termine κοιλιακός (a sua volta dal vocabolo greco κοιλία che significa addome) che serviva per descrivere le malattie intestinali che comportavano diarrea ribelle. Anche Areteo di Cappadocia, tra il I e il II sec. d.C., parlò di una malattia intestinale che induceva lo stesso problema e che oggi potrebbe far pensare proprio alla celiachia: il medico greco aveva intuito che tali problemi intestinali erano causati dall’ingestione di cibo e prescriveva ai suoi pazienti un periodo di digiuno e riposo al fine di ripristinare le funzioni del sistema intestinale. Che si soffrisse di celiachia nei tempi antichi se ne è avuta conferma con il ritrovamento, in un sito archeologico localizzato nella provincia di Grosseto, dei resti di una donna che visse intorno al I sec d.C. con gli evidenti sintomi di morbo celiaco: malnutrizione, bassa statura, osteoporosi ed evidenti cause (esteriori) da anemia; la successiva analisi del DNA della donna evidenziò una forte probabilità nella predisposizione al morbo celiaco.

Per una prima vera diagnosi della malattia celiaca fu necessario aspettare fino al 1888 quando il medico pediatra Samuel Gee definì la sintomatologia del morbo celiaco (celiac affection) , attribuendola all’ingestionecronica di un particolare alimento, la quale era riscontrabile in persone di tutte le età ma lo aveva evidenziato soprattutto nei pazienti pediatrici da 1 a 5 anni. Nonostante non fosse ancora nota la correlazione tra glutine e morbo celiaco, il dottor Gee consigliava di “controllare il cibo” come parte principale della terapia.

Nei primi 30 anni del Novecento altri medici come George Still, John Howland e Sidney Haas avevano ipotizzato che una dieta che escludesse prodotti derivati dal grano potesse essere la terapia adeguata. La situazione clinica descritta non si allontanava molto da quella che avevano rilevato i medici dell’Antica Grecia: scariche intestinali, alterazione del metabolismo e dell’omeostasi , perdita di peso. Il dato più allarmante era la percentuale di decessi tra i bambini la quale si aggirava intorno al 15-20%. Durante gli anni ‘50, il medico olandese Willem Karel Dicke riuscì a dimostrare che la causa della cosiddetta “crisi celiaca” fosse da addossare al glutine. Notò infatti che durante il secondo conflitto mondiale nel cosiddetto “inverno del digiuno” del 1944 in cui non era possibile approviggionarsi di farinacei, i bambini che soffrivano dei sintomi tipici della celiachia, migliorarono notevolmente quando: la loro alimentazione consisteva soprattutto in banane, patate e anche alimenti non consueti come i bulbi di tulipano.

Una volta terminato il conflitto, assunzione di prodotti derivati dal grano tornò ad essere quotidiano e Dicke notò il ripresentarsi dei sintomi. Successivi studi hanno evidenziato l’effetto negativo del frumento sui pazienti con crisi celiaca: i test di laboratorio effettuati sugli alimenti derivati dal grano hanno denotato la tossicità del glutine, la parte proteica gommosa delo sfarinato. La dieta aglutinata diventò così il trattamento convenzionale per i pazienti con celiachia. Solo nel 1954, grazie al lavoro del dr. John Paulley, venne dimostrata la correlazione tra anomalie della mucosa intestinale e assunzione di glutine da parte dei pazienti celiaci, dimostrando cosa avveniva a livello tissutale ovvero atrofia dei villi (appiattimento) con rigonfiamento delle cripte con conseguente malassorbimento dei nutrienti provenienti dal cibo. Negli anni successivi venne anche ipotizzata una qualche correlazione genetica.

Il problema maggiore per comprendere i meccanismi che stavano dietro alla malattia celiaca è stata la diagnosi della stessa, in quanto si poteva stabilirne l’esistenza solo dopo la morte del paziente con un esame autoptico della sua mucosa intestinale. Solo successivamente, grazie alla tecnica della biopsia si è potuto iniziare a fare diagnosi sul paziente in vita, confermati dai primi test sierologici che man mano nel tempo si sono fatti sempre piùsensibili agevolando la diagnosi. La scoperta negli anni ’90 dell’azione delle molecole HLA e della transglutamminasi hanno aiutato a capire fino in fondo l’epidemiologia della malattia celiaca.

 

Bibliografia:
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Fondazione Istud “Il celiaco: una perzona, un paziente, un target. Una vita da celiaco” Programma Scienziati in Azienda – XI Edizione Stresa, 27 settembre 2010 – 12 luglio 2011
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